|
giovedì, 29 giugno 2006

Nelle persone ho sempre intravisto quelle corde di violino che solo Stradivari impazziti nel legno sanno produrre. e poi c'è quell 'archetto che sono le persone che incontri ..chi tenta di farti emettere un suono. chi col diapason ti vuole accordare a dovere. chi si sbriciola in brodo di giuggiole per quanto sia bello il legno che porti. io mi "scordo" con la lunaticità di uno sguardo. in cui i miei occhi negano delle esistenza di una mano che guiderà quell' archetto e mi farà emettere melodie dipinte e non appese ad un pentagramma. non so se sia l'arco o la mano che suoni. non so se volerlo o no possa cambiare che accada. se a Vienna si sia ascoltata una musica tale. pizzicato non suonato mi lascio più spesso stupito. dal suono che emetto. perché lo sento. lo sto sentendo. e non credevo potesse venire anche da lì. non ci avevo mai pensato. non. non così. non così forte. da chiederselo la notte. mentre tutto si ferma. e mi fermo anche io su. su sinfonie che ascolti disteso nel letto. l' acustica sono solo due corpi. due affinità. due note. anche una semi breve e una croma. ma fanno musica e non di flauti traversi o concerti in chiave di basso.. si leggono nel senso che io gli so dare che la mano che suona gli dà il tutto nell' edonia che si sparge tra due segni ed un' unica chiave in grado di leggerli.
mercoledì, 28 giugno 2006
Tu . rimani nella presenza dell'assenza. ed io troppe volte sono assente e presente. come in un suicidio morale di qualcosa in me che non comunica più. Poi capita che un Demiurgo ubriaco e impazzito mischia nuovamente le carte e le dionisiache possibilità costruiscano templi per un incontro dalla devastante bellezza. generato non creato dalla stessa sostanza del caso. assiso di fronte la sensualità che ti offre la Sicilia sul mare. Io . mi bagno oltre la punta delle dita oltre te, che riesci a capire se io sono a Taormina sull' acqua fatta olio sotto la barca. e mi fermo al tramonto lì. seduto. che ti aspetto.
Dava lu jornu l'ultimi faiddi, di li cani criscivanu l' abbai, e ntra n'atturna di laruchi e griddi, supra na timpa a Rosa mia truvai.
Fidili, a lu so latu m'assittai, e mentri ca spuntavanu li stiddi, li dui ca stralucevanu chiù assai, - Rosa - ci dissi - l' occhi toi su' chiddi.
Fici un gruppu di risu, mi guardava poi na puntidda di mantali so affruntulina lu ncudduriava.
Forti forti li manu m' acchiappò, e mentri ca la luna s' affacciava, Rosa mi dissi : - L' occhi mei su' to' !
Giuseppe Nicolosi Scandurra
domenica, 25 giugno 2006
Sono l'unico uomo sulla terra e forse non c'è terra né uomo. Forse un dio mi inganna. Forse un dio mi ha condannato al tempo, quella lunga illusione.
Sogno la luna e sogno i miei occhi che vedono la luna. Ho sognato la sera e la mattina del primo giorno. Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine. Ho sognato Virgilio. Ho sognato la collina del Golgota e le croci di Roma. Ho sognato la geometria. Ho sognato il punto, la linea, il piano ed il volume. Ho sognato il giallo, l'azzurro e il rosso. Ho sognato la mia fragile infanzia. Ho sognato le mappe e i regni e quella pena nell'alba. Ho sognato l'inconcepibile dolore. Ho sognato la mia spada. Ho sognato Elisabetta di Boemia. Ho sognato il dubbio e la certezza. Ho sognato il giorno di ieri.
Forse non ebbi ieri, forse non sono nato. Forse sogno d'aver sognato. Sento un po' di freddo, un po' di paura. Sul Danubio è ferma la notte. Continuerò a sognare Cartesio e la fede dei suoi padri.
JORGE LUIS BORGES
giovedì, 22 giugno 2006
La Totipotenza che mi appartiene sono cosciente che col passare del tempo si farà Pluripotenza per specializzarsi in reticoli e organelli che diano un senso alla cellula che li compone per diventare comunque tessuto. e che sia ectodermico. un epitelio. in continuo rifacimento. in posizione per assorbire i nutrienti essenziali e lasciarmi assaltare dalle tossine del tempo. viscerale questo strato nei fatti e nei transiti di quello che incontra. e che deve ancora incontrare. mutevole e rigenerato dal suo strato basale più interno. per vivere tra i filamenti rifatti da te. e da tutti gli insulti che dal danno generano il nuovo del dentro. è una furia pantoplastica la mia. ma è desiderio in sala d'attesa dal dottore dei pazzi che come un trencadìs fanno giochi di luce con il parenchima di quello che ancora sarò.
mercoledì, 21 giugno 2006
è un caffè greco. è una stanza da cui non si vuole più uscire. è un equilibrio iperuranico di corpi. divisi e concisi tra i lembi. è quello che basta che ti riempe quel giusto. è evitare le curve senza guardare la strada e trovarsi alla Fontana di Trevi. è volutamente sorpreso. è inattesamente incontrato. da "spettacolo spettacolare" è sapore del buono del lontano mila miglia da casa e vicino sul petto. è qualcosa che non sapevi che fosse di una sensuale complicità disarmante. è non tacere più nulla. è mandare a puttane le parole. che si usino da sole questa sera. perché ho vibrato nei fatti. mani . piedi. occhi. pelle. e di tutto questo ne ho fatto parte. anche se per poco. anche se fosse stato pochissimo. ma mi ha colmato della ignoranza che avevo.
sabato, 17 giugno 2006
I tacchi di una donna francese nella mia testa, ha le calze smagliate come certi passi impigliati in pensieri che rimuovono il suolo a certe scarpe lustrate dalla città nella mente. L' aria spezza la polvere da sotto le suole, rimane nell' eco il mistero di quello che si perderà a metà strada tra la tua pelle e la mia. Il silenzio, poi, bagnerà le labbra e morderemo coi denti la voglia degli abbracci abortiti o delle mani vietate. Non resteranno emozioni. soltanto ricordi. capsule di voci, suoni, colori... che ingoi e porti dritto dritto alla via dell' ippocampo. e lì saranno lasciati. da richiamare soltanto se lo vorrò. se il messaggio vale la scossa. neurotrasmessa. Ma qui, nel mezzo di questi secondi, mi sento diviso, e penso alle volte, come questa, in cui avrei voluto prendere in mano me stesso, guardarmi sul serio. Ma non ho le istruzioni di come si fa. E tu non sai neanche quante volte ho pregato, in quel silenzio quasi sacrale, che tu ci riuscissi. che non fossi una cura. che non fossi una scusa. ma che mi regalassi con quei tulipani una svolta. per tutte le pieghe che hanno i grandi vasi dell'anima. come un torrente circolatorio impazzito, senza glomi che livellino le pressioni maggiori. e terapie dall' effetto nocebo. La causa è come in un santuario protetta da ogni risposta che il corpo può dare. Il non-self non si manifesta. si presenta latente. ma lo so che è solo apparenza. è inganno endovena. parenterale. che non supera barriere encefaliche. il cervello lo sa. ma il cuore.. il fibrillazione di ansie.. mi dici tu come posso salvarlo?
giovedì, 15 giugno 2006
sono le volte come questa in cui impari davvero. in cui hai davanti a tutto quello che una mano e una mente sono in grado di scrivere. e sembra che non basti l' inchiostro d' idee. c' è la dionisicità di un corpo. in cui si fluidificano gli umori. quelli viscerali reticolari. e che sono lo scheletro di un abisso nudo che ti si apre davanti. come un precipizio sul mare di tutto quello che senti. ortodromico. lo senti pulsare dalle carotidi alle tibie. dall'inizio alla fine di quello che costituisce mosaico di te. si fa libagione dei sensi. banchetto per tutte quelle espressioni che il caso o il tempo chiudono a chiave dentro un cassetto. c' è nell' attesa però uno stroma dorato che regge e trasmette col suono di un flauto traverso le passioni che non sono in grado di uscire. da sole. e ora?...
martedì, 13 giugno 2006
C'è un pensiero fatto di ossa al momento. in cui non trovo un punto di repere. ha radici incandescenti e come lava scivola sbiancando le mille pareti della stanza che ho intorno. poco per volta. con la lentezza di una foglia che dal ramo si posa sul lago. La stagione è Vivaldi d' estate. io. sono Vivaldi d' inverno. i colori sono quelli di Chagall a Parigi. e la cornice è forgiata dalle epiche e curiose acque di Isola Bella. di Taormina. Le parole si fanno Montale.. e i gesti sono stupiti dei gesti. La bocca e l' orecchio si trovano su un pentagramma accordato dall' anarchia delle emozioni. e sono sinergici. una volta ogni tanto lo sono. L' omeostasi di pelle e di stomaci non vuole prendere forma. nel mentre Pablo ha deciso di continuare a farmi sognare. Tutto quello che la notte concede del giorno, e nel giorno ripiega e custodisce la notte. in segreto. come vuole che sia. e così.. sarà fatto.
domenica, 11 giugno 2006
Al museo delle cere del Ricordo imboccate la galleria dei progetti abortiti il corridoio delle velleità la scala dei falsi desideri e poi cadete nella trappola dei rimpianti Là potete incidere sui muri col coltellino ricordo comprato all'entrata i graffiti del malinteso Ma sopra la sala dei Benefici Perduti il funambolo Amore dagli occhi bendati danza sulla corda tesa della felicità solo intravista della felicità mai più dimenticata E la musica del suo circo gira il suo disco rigato consumato estenuato ma rapito e il disco gira come una luna insanguinata addolorata radiosa palpitante sorridente soleggiata meravigliosa meravigliata Musica del popolo degli uccelli musica degli uccelli del popolo Visitatori non ascoltate senza capirla questa musica non date solo in prestito l' orecchio a questa musica a questo rumore ma offriteglielo in dono Ve lo renderà un bel giorno o un altro giorno centuplicato la musica del popolo degli uccelli dell' amore.
Jacques Prévert
mercoledì, 07 giugno 2006
Quando senti gli zoccoli.. non pensi per primo alla zebra.
è una questione di disequilibri tra Rasoi di Ockahm e Rose di Atacama.. nel momento in cui l' alba non sorge e la notte mischia ben bene i ricordi. dietro al luna… si raccolgono briciole delle disperccezioni reali. che la mente ti lascia.
domenica, 04 giugno 2006
senza freni inibitori, varcando quelle che sono le porte di troppi discorsi. senza usare punteggiature. seducendone i versi. trasudando tutta la spontanea spontaneità sgusciata in silenzio, di fronte ai miei sorrisi. io non li ho chiesti. e sono saltati lì ..sulla bocca a mezz' aria. mentre disegnavo tutte le casualità inattese. che si trovano in una barca sul mare. il mare della sicilia d' estate. salirci a bordo. per aver trovato un' intesa dalla matrice diversa dai soliti tratti. ubiquitariamente assente. si metamorfizza. scheletro di spensierata curiosità positiva. invade senza mezzi invasivi. scivola sul mare. in senso rostrale idrata acquedotti interni e colora pareti appena stuccate dalle memorie. gli engrammi racchiusi sono indecisi. perplessi. e richiedono gesti che sbucano fuori dal nulla più virtuale possibile. ti assale la voglia. Come la notte sul giorno. ti ammanti. di cieli. Di quei sette mari. ne rubi appena la luce. e nella testa striato e caudato non pesano più rimane la loro funzione più tonica.
|
|